Gustavo Mattiuzzi  

Esistenza  e  vita  nella  Filosofia

Prefazione  di Gian Mario Villalta –

Poeta e Scrittore – Direttore artistico di Pordenonelegge

Il gioco dei labirinti

Un appello filosofico dai confini del dubbio

di Gian Mario Villalta

Ho cercato l’intellettuale e ho trovato un uomo. Quando ho iniziato a leggere le numerose pagine che seguono questo mio scritto, ero animato dall’intenzione di rilevare un disegno filosofico, e di misurarne per così dire il perimetro, valutando dove fossi in grado e risultasse possibile l’incidenza nei termini correnti della cultura ufficiale. A mano a mano che continuavo a leggere, però, mi si insinuava, e poi diveniva sempre più forte la presenza di qualcosa di più tenace, sottile, profondo e difficile da tradurre come lo è una voce che chiama. Nella voce, infatti, nella tensione tra l’astrazione del significato e il grido che viene dal corpo vivente, sta il riconoscimento di quell’umanità, che è la nostra, lacerata dalla necessità di un linguaggio sempre più razionale, espresso in formule e concetti, proprio dove più potente è la domanda sulla nostra vita, quella condizione di creature segnate da una volontà di cui noi stessi non conosciamo, né dominiamo, l’origine.

Ecco che, una pagina dopo l’altra, una scrittura immedesimata nel discorso filosofico e impegnata in un confronto che chiama in causa l’intelletto, assumeva l’individualità inalienabile di una voce e dava a un nome, Gustavo Mattiuzzi, il carattere di una presenza reale, di qualcuno che mi stava di fronte e mi chiedeva di corrispondere alle sue parole in altro modo. Inoltre, nella diversità biografica eclatante, mi ha attirato e compreso nel suo gorgo il silenzioso, però avvolgente appello a un sentire che ho potuto riconoscere, come possibile altra esistenza fedele in me come un’ombra. Se il poeta è costretto a fare i conti pubblici fin dal primo verso con il suo “io”, altre formule discorsive possono dissimularne i contorni, ma non sopprimerlo intero. E l’“io” di Gustavo Mattiuzzi è venuto alla luce attraverso le sovrapposizioni e l’insistenza della sua scrittura su alcuni temi, giudizi, interrogazioni.

Ho esplicitato la questione della diversità biografica non per volontà di parlare di me stesso, ma per riconoscermi uguale ai molti che hanno da sempre pensato il proprio lavorìo di scrittura come un discorso in pubblico, nella consapevolezza dei luoghi e dei modi in cui ciò può avvenire: Mattiuzzi scrive per molti anni avendo come riferimento soltanto se stesso e talvolta l’orizzonte pubblico di una recensione, che vedrà comparire nella forma quasi anonima della rassegna. Per anni scrive su argomenti in apparenza disparati, di filosofia in senso stretto, ma anche di religione, di poesia, di antropologia, di psicologia e psicoanalisi, pagine che non chiedono una pubblica destinazione, con le vesti del sottogenere della “recensione”.

L’urgenza del dialogo, il contraccolpo dell’impatto con le pagine appena lette, il gesto – quasi – di approvazione o di rifiuto appaiono evidenti: sarebbe stato il caso di redigere un diario, di approntare un quaderno di aforismi oppure di allestire un frammentario ma articolato colloquio con se stesso sulle tematiche che gli sono urgenti. E invece accade che, anche quando il confronto rasenta lo sfogo, i modi dell’approccio al tema trattato sono sempre quelli della recensione.

Un’ipotesi percorribile è questa: Mattiuzzi ha bisogno di un confronto dialogico, di un pensiero che assume in un libro contorni definiti per poter esprimere le sue convinzioni, i suoi dubbi, e porre a se stesso le domande che più lo inquietano. C’è forse altro, e al momento lo menzioniamo tra parentesi, che ha a che fare con il suo isolamento, nutrito dalla convinzione che la via che collega la quotidianità al pensiero filosofico sia intransitabile.

Un’altra ipotesi, che non esclude la prima, porta verso l’umiltà, che dobbiamo intendere non tanto come un “non sentirsi all’altezza”, quanto un ritenere necessaria alla pratica del pensiero la destituzione di qualsiasi privilegio, fosse anche quello conferito dal discorso filosofico stesso. È come se chi scrive quelle pagine volesse confrontarsi con il linguaggio della filosofia, se pur facendone uso, non da un “punto di vista” esterno, ma da una collocazione corporea situata più in basso, attaccata all’urgenza del vivere, alla terra/humus dell’angoscia e del dolore, in questo senso humilis.

Non è difficile, educati a quella “scuola del sospetto” – come la definì Paul Ricoeur – verso la quale lo stesso Mattiuzzi mostra un ambiguo interesse, veder dileguare la maschera del recensore. Infatti, un recensore scrive in certo senso “su commissione”, che sia diretta come richiesta di chi è responsabile del “luogo” (giornale, rivista, oggi sito web) dove dovrà comparire, oppure che sia un collaboratore, un ospite ben gradito, qualcuno che può scegliere di cosa scrivere: in ogni caso dovrà tenere conto della destinazione del suo scritto, per quanto riguarda ampiezza, taglio, linguaggio. Ebbene, siano state o no accolte in una rassegna bibliografica a stampa, le “recensioni” (dovremo già chiamarle “pseudorecensioni”?) di Gustavo Mattiuzzi hanno l’ampiezza delle cose che sente di dover dire, un linguaggio dov’è frequente l’umore – non solo il giudizio – personale e un pensiero che affiora selvaggio. Mentre qualsiasi “luogo” che ospiti una recensione ha come riferimento una identità del lettore, quando non una più specifica comunità di interessati e studiosi, la lettura di questi interventi fa pensare che la consonanza con il “luogo” dove talvolta trovano accoglienza, sia dovuta a un incontro occasionale, mentre tutti insieme ignorano la convenzionalità del compito del recensire per mettere in scena un dialogo, a volte, altre volte una polemica, o ancora un confronto che ha urgenze proprie, non assimilabili al sistema della cultura del libro e alla sua comunicazione editoriale, ai quali la recensione è per convenzione consacrata.

A questo punto è necessario però trarre da questo atteggiamento, inteso come la forma abituale dell’agire o pratica assidua, alcune considerazioni, che ci fanno riconoscere in Gustavo Mattiuzzi una figura di intellettuale e di uomo non convenzionale, che chiede approfondimento.

La mia esperienza delle persone che coltivano interessi filosofici di alto livello è divisa in tre diverse tipologie: chi pratica il dibattito pubblico; chi non lo pratica, segue ma non scrive; chi ha sviluppato una sua idea filosofica ma non segue il dibattito pubblico ed eventualmente scrive. Mattiuzzi non corrisponde a nessuno di questi profili: segue il dibattito pubblico, lo pratica in forma (molto) subordinata al suo impegno nello scrivere, non espone una sua propria filosofia ma la configura nel confronto con i libri di cui scrive. Soprattutto, mentre ognuna delle tipologie solite comporta un’esibizione del proprio interesse per il pensiero filosofico, Mattiuzzi, insolitamente, evita, quasi sentisse di non poterne portare il peso oppure che il peso sia così grave da non voler rischiare di aggiungervi qualche pubblica attesa.

L’attenzione di questo scrittore di filosofia quasi segreto è grande e acuta: egli è pronto a intercettare su quotidiani e riviste le novità librarie al vivo della discussione presente come anche a indovinare una ristampa necessaria oppure a scovare in un remoto scaffale di libreria un volume dimenticato che sia significativo per l’attualità. Risulta lettore assiduo, a suo agio con il linguaggio e finanche con il gergo filosofico corrente, eppure mantiene quella distanza che esibisce nella maschera del recensore. L’interesse è vero, e allora di che cosa è fatta questa distanza? Da una sfiducia nella vita pubblica, che non riguarda solo la filosofia, anche se alla filosofia non risparmia le accuse di prestarsi alle mode e alle scorciatoie del momento. La sfiducia è più profonda, e forse dovrebbe essere definita delusione per una realtà che divide l’essere umano in mille direzioni e fa della coscienza una molteplicità irriducibile. In questo senso, la delusione intacca anche la propria soggettività: pur ritenendo il pensiero la più alta vocazione dell’uomo, il pensatore ne vive l’anelito ma si sente mancante di una risposta totale. In somma, il suo primum è esistenziale, e  nell’esistenza stessa egli sente l’insufficienza di quelle certezze che possano essere a fondamento per la verità del pensiero.

I suoi autori di riferimento sono gli asistematici, i contradditori, gli asimmetrici, gli irrisolti, di cui predilige sopra ogni cosa la dimensione di una scelta che gli appare assoluta. Anzi, è proprio l’assolutezza di questa scelta che lo affascina. Si tratti di poesia o di riflessione filosofica, si tratti di religione o di politica, Keats o Leopardi, Kierkegaard o Nietzsche, Jonas o Weil, ciò che egli ammira di più è l’identificazione totale della vita con l’opera, al cospetto di quella coincidenza di verità e di esistenza altrimenti irrisolvibile. Qualcosa di cui sente per sé la mancanza, che lo vede però acceso nel difenderne la necessità. I numerosi scritti a sfondo religioso testimoniano a favore di questa lettura. Se le diverse pronunce dell’esistenzialismo – Heidegger è un punto di riferimento essenziale, in questo caso, ma non una risposta – chiedono di radicare la verità a una profondità che va oltre l’intelligenza (necessariamente parziale) e la psicologia del soggetto pensante, dove ancorare la certezza del proprio indirizzo di pensiero? Certo, sul rovescio del nulla, dalla cenere del nichilismo si intravede una via. Per Mattiuzzi è una via di incertezze, che porta verso il “pensiero debole”, uno dei pochi espliciti riferimenti polemici, non tanto oggettivato nelle figure dei suoi protagonisti degli anni ’80 e ’90, quanto per quella che vede come una rinuncia ad assumere l’onere del pensiero stesso. La questione di Dio, allora, come fondamento di verità, si fa strada nei suoi scritti, attraverso una messe di studi sulla religione, dividendo all’interno della vicenda storica delle diverse confessioni l’individuazione dei limiti in cui la verità – in questo ancora debitore all’esistenzialismo – può incontrare la voce del singolo individuo gettato nei limiti del suo corpo, del suo tempo, della sua psiche, delle sue relazioni. E per corrispondere alla chiamata di tale verità è necessaria, secondo Mattiuzzi, un’esperienza che comprometta fino in fondo, nel corpo, nel tempo, nella psiche e nelle relazioni il soggetto pensante; ed è forse qui che egli sente il suo limite, una sorta di inadeguatezza che lo porta a spostare in continuazione il punto di presa sul discorso filosofico, rinunciando ad afferrare e trarre a sé una certezza.

Il suo testa a testa con i grandi temi e i grandi nomi della riflessione filosofica e religiosa si svolge all’interno di una micidiale polarità: la comprensione, da un lato, e accettazione di quella “svolta linguistica” che nelle filosofie del Novecento riconduce esperienza e verità al legame tra la produzione sociale della “realtà”, la coscienza e la parola; dall’altro lato la disperazione per la perdita di una verità rivelata, alla quale consegnarsi totalmente per indubitabile fede, un Dio al di là del discorso su Dio, si potrebbe quasi dire, fuori dalla teologia e dalla socialità, vero luogo delle domande abissali che non avranno risposta.

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Ha importanza qui ricostruire la nomenclatura delle preferenze e delle idiosincrasie, oppure sondare le modalità e le ricorrenze dello stile in una situazione come quella che abbiamo qui sopra delineata? Non più di tanto, mi pare, tenuto conto anche della tendenza a spaziare in un campo molto vasto di metodologie e linguaggi, dove ciò che prevale davvero è la ricorrenza tematica, mentre meno acuta appare l’esigenza di assumere il pensiero di un singolo autore per un confronto con la totalità dell’opera. A questo proposito va aggiunto che è anche difficile individuare opere o autori nel quadro di una gerarchia personale o ritenuta tale per motivi storici: al limite dell’ironia, Mattiuzzi definisce come “importantissimo” un autore di cui si accinge a sconfessare un aspetto dell’opera, oppure dà per sopravvalutata l’opera di un altro di cui esalta uno specifico indirizzo di pensiero. Eppure il linguaggio non tradisce incompetenza né si concede facili approssimazioni. Mi pare evidente, però, e lo ripeto, che sono le tematiche a interessarlo, non la costruzione dell’universo filosofico. Diffida dei “sistemi”. E non apprezza chi non paga con la vita il prezzo dell’opera. Per questo sente Hegel (e un po’ anche Heidegger) distante, per esempio, quanto ha invece in simpatia Kierkegaard, o Kafka, o Leopardi, persino quel Wittgestein che viene sempre tenuto in gran considerazione ma appare poco amato.

Curiosamente, negli anni del trionfo della filosofia francese in Italia, che riesce a portare la sua influenza anche negli Stati Uniti, da dove rimbalza di nuovo a noi, troviamo menzionati in forma ridimensionata Michel Foucault e Paul Ricouer, quasi ignorato Jacques Derrida. Forse perché, sulla scia dell’interpretazione data dallo stesso Ricoeur, Mattiuzzi prende le distanze da una tradizione del “sospetto” che, mostrando di prendere le mosse da Marx (non pervenuto), Nietzsche (citatissimo) e Freud (ambiguo l’apprezzamento), attraverso gli stessi Foucault e Derrida pare portare diritto ai vessilliferi del “pensiero debole” e, mediante Ricoeur, a una pronuncia ermeneutica dove l’orizzonte culturale fa aggio su quello più strettamente filosofico. All’ermeneutica, in generale, Mattiuzzi preferisce una filosofia dell’incontro drammatico tra appello dell’esistenza e tradizione del pensiero.

E c’è una nostalgia ragionata, che ricompare insieme – o per reciproco richiamo – con il rovello del divino: c’è stato, ed è stato sempre il più potente, un pensiero creativo, mitopoietico, fondante se pure senza fondamento, mentre prevale con maggiore forza a mano a mano che si arriva al presente l’atteggiamento critico, decostruttivo, da Mattiuzzi inteso come distruttivo e devitalizzante.

Non mancano, dal punto di vista della scrittura, le ficcanti rincorse: “il nichilismo è un pensare l’esserci che s’inabissa nel suo s-fondamento, è un ex- sistere in luoghi a-nonimi di un vuoto Altrove”, né le definizioni ironiche (un Nietzsche “Baby pensionato docente a Basilea”). Ma le costanti dello stile di Mattiuzzi sono le solide frasi, chiare, impostate per legarsi in un periodare ben scandito, con una qualche insistenza sulle figure di ripetizione, a sottolineare la partecipazione emotiva, in particolare per quanto riguarda le formule interrogative. C’è la diffusa volontà di mimare quella “lingua da recensore” dietro la quale più spesso ama nascondersi, come già detto; e però queste caratteristiche danno maggior rilievo ai numerosi appena percettibili segni di un forte coinvolgimento emotivo, di cui le pagine sono letteralemente disseminate. Una “prosa da recensore” – per trovare una definizione – che maschera e denuncia la presenza di una soggettività destinata a trovare voce filtrando attraverso tale dispositivo di autocensura. A controprova, cogliamo a volte Mattiuzzi mentre “si lascia scappare” il riferimento diretto a un personale punto di vista, in un testo che risulta improntato ai dettami della recensione senza che ve ne sia alcuna necessità. Così tanto è diventata habitus tale consuetudine, che ci ritroviamo a cercare il titolo del libro recensito anche quelle poche volte che non c’è e si tratta invece di una libera serie di appunti.

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Prendiamo proprio da uno di questi pochi casi un lungo lacerto:  “Tuttavia non ci vuol molto per capire che questo mondo è un fantasma nichilistico (ossia ogni uomo recita pirandellianamente a soggetto) dove gli individui-ombra trapassano instancabilmente, lasciando chi una traccia, chi nessuna traccia. Per come vedo oggi questo mondo, riconosco il Nulla ovunque. Per esempio, nelle metropoli-megalopoli, nei mezzi ad altissima velocità, nella massa accumulata, nel martellante virtuosismo televisivo, nell’apparato funzionale della Burocrazia, nella logorrea crescente, nelle famiglie polverizzate, nella computerizzazione piovresca, nelle guerre insensate, nel vuoto esistenziale, nell’ossessiva macchinazione progettata a divertire gli insaziabili omuncoli, ecc. Appena mi alzo, respiro l’aria mefitica del Nulla (per non parlare di tutti gli scarichi di cui sono noti gli elementi dannosi). Non è necessario che mi trasferisca in chissà quale sfera perché possa avvertire la presenza del Nulla: è l’aria stessa che è diventata nientificante, lo stesso soffio della vita è inalato come corrente pestifera. Stranamente il Nulla si è incarnato anche nelle figure che poco prima ci erano familiari. E’ uno spettro che s’aggira dappertutto, lasciando dietro di sé un odore nauseabondo”.

Rileggendo questo brano, posso indicare l’esempio di ciò che più sopra ho inteso segnalare. La recita del recensore è qui perfetta: chi scrive riconduce il discorso a qualcosa che è noto, dentro un linguaggio che delimita l’ambito di una pratica condivisa. Si tratta in fondo del contemptus mundi espresso nel gergo esistenzialpoststrutturalista che troviamo ripetuto come un rosario in migliaia di versioni con le medesime formule intercambiabili… ma attenzione! Ecco che si insinua e prende corpo qualcosa di nuovo e inatteso: l’odore. Che il nulla abbia un cattivo odore è poeticamente verissimo, anche se filosoficamente da discutere! Eppure la formula esteriore del gergo è rispettata: la presa personale vi si insinua, vuole restare nascosta, non può però esimersi dal lasciare le impronte digitali di un’individualità: “Appena mi alzo, respiro l’aria mefitica del Nulla”, quando ancora “mefitica” può suonare come una variante, o un lapsus, della semantica della deiezione. Ed ecco che infine il Nulla diventa “… uno spettro che s’aggira dappertutto, lasciando dietro di sé un odore nauseabondo”.

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Ancora una riflessione, che inizia con l’ammissione di un personale cedimento all’epoca attuale: ho durato ore a leggere e rileggere questi scritti accompagnato da un pregiudizio, ovvero impegnato – per semplificare – a fare “l’esame di filosofia” a Gustavo Mattiuzzi, fino a quando mi si è fatta presente la sua personalità, nei modi che ho cercato di illustrare. Era come se mi volessi accertare della legittimità delle sue affermazioni e delle sue opinioni rispetto ai temi, agli autori e ai linguaggi con i quali si confrontava.

Poi, quando il viso dell’autore ha iniziato a mostrarmi le sue “postille” sul superficiale schermo del recensore, non ho potuto fare a meno di interrogarmi sul perché del mio atteggiamento. E credo che valga la pena dichiararne gli esiti.

La mole di questa opera postuma e la varietà dei discorsi in causa mi portava a ritenere che la compulsione alla scrittura prevalesse sulla qualità dei procedimenti. In altre più correnti parole: una mania, che aveva trovato nella filosofia un modo per manifestarsi. Che cosa mi rendeva così prevenuto? La risposta è semplice, e la troviamo ben illustrata nelle pagine di Mattiuzzi: l’epoca presente è così sovraffollata di performatività invadente da ritenere  impossibile che qualcuno, che ha le qualità per parteciparvi, scelga – o accetti una scelta che lo domina – di starne fuori, e allo stesso tempo perseveri con serietà nel suo intento. Appare assurdo, oggi, che qualcuno abbia un serio e non banale dialogo all’interno di un ambito specifico della cultura e non se ne voglia vestire con l’abito più bello per partecipare al vertiginoso ballo della ipercomunicazione dentro la quale siamo tutti coinvolti.

Invece, la vicenda di pensiero di Gustavo Mattiuzzi ci riporta di nuovo vicini a noi stessi, ci ricorda il motivo più vero per cui studiamo, ci arrovelliamo, scriviamo, che è nato dentro di noi non per apparire, ma per chiamata esistenziale. E non può non venire alla mente quella “Lettera al Vettori” di Niccolò Machiavelli che dovremo portare sempre nella memoria per non scordare il dono di una vocazione. Machiavelli è in esilio, lontano da tutto, decaduto nell’agone dell’affermazione sociale, passa i suoi giorni come un qualunque illetterato possidente, e lo scrive: “Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi”. Ma ecco che subito dopo aggiunge: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”.

Chiedo scusa per la lunghezza delle citazioni, ma credo ne valesse la pena. Anche noi, oggi, noi stessi nient’altro che “pidocchi” tra quelli che frequentano l’osteria, aspettano i telegiornali, temono la sveglia ogni mattina (poiché non ci è concessa più una briciola di quell’“aristocrazia” di cui fa mostra Machiavelli), anche noi possiamo dialogare con gli “antiqui huomini” e con quelli attuali che il firmamento della cultura colloca lontani dalla nostra vita quotidina. Questa è la nostra vera e più potente possibilità, la decisione che ci richiede sempre di nuovo all’altezza di noi stessi. Non occorre aspirare alla grandezza di Machiavelli o essere così presuntuosi da immaginare di eguagliarne l’altezza dell’ingegno, non è di questo che sto parlando; quello che qui interessa è altro: il senso di una vocazione, di un compito, di un’elezione che non si può tradire.

A questo punto, per concludere questo mio invito alla lettura, devo richiamare l’attenzione sulle pagine che il lettore troverà alla fine del libro, quelle degli ultimi anni.

Della maschera del recensore vi sono ancora tracce nel tono, nell’allusione a un intento di schedatura, nella puntualità di rilievo del debito per l’occasione del pensiero, ma la scrittura è più libera, frammentaria, al punto da concedersi il tratto aforistico dell’annotazione.

Ed è proprio in queste pagine che viene in luce la costante esistenziale della riflessione di Gustavo Mattiuzzi, che si incentra sul tema del senso della vita al cospetto della sua finitezza, in seno alla più vasta natura e ai dubbi della coscienza individuale. Innaturale appare all’autore di quelle pagine tormentate l’accettazione di ciò che la ragione non sa più negare, e serpeggia tra le righe il senso di una ribellione contro se stesso, rievocando per sfida il confronto con una dimensione meta-fisica dalla quale egli stesso prende obtorto collo distanza, in nome dell’evidenza dell’epoca e del suo dominio assoluto nell’indirizzo del pensiero. Ma anche là dove il dissidio appare senza esito, e anche l’ultimo baluardo di resistenza (la storicità di Gesù) vacilla, non viene meno il riconoscimento che quella traccia umana che ancora grida nel deserto, flatus vocis che assume tutti i nomi di ciò che è destinato a svanire, viene da una necessità profonda, alla quale non si deve rinunciare. È il gesto, infine, ciò che riconosciamo come più importante in queste pagine, è l’habitus che lo sostiene di fronte alla delusione del presente, forse anche di se stesso: quel gesto che Gustavo Mattiuzzi vorrebbe per sé assoluto, ma riconosce insufficiente, fragile, limitato, con il quale però l’affermazione del suo vivere si vuole – senza arroganza – vera e all’altezza della propria vocazione.

In tutta la sua opera Gustavo Mattiuzzi mostra molte cautele con i temi dell’inconscio, del desiderio e dell’abissale tema dell’amore (quest’ultimo spesso investito dalla potenza della teologia). Ma una vocazione non può essere trasparente a se stessa, così come non può essere trasparente a se stesso il fondamento di una verità di parole. Qui sta la sua disperazione, e l’alimento di una spes contra spem che non smette di riaffiorare e che subito viene negata. Il paradosso è che là dove dovrebbe arrivare la rinuncia, c’è ancora un’immagine, ancora un’ipotesi, pure se il labirinto ha come uscita l’ingresso in un altro labirinto, com’è nella condizione degli esseri umani e nei loro rapporti: “II gioco impressionante e disorientante della relazione umana (specie se molto coinvolgente) è simile al gioco di più labirinti che danno l’illusione di essere al sicuro ma che, in ultima analisi, non sai più come uscirne, se non con la morte. Penso a questo proposito alla relazione amorosa dove due labirinti cercano di compenetrarsi mostrando agli amanti un’entrata e un’uscita ma soltanto come gioco di illusione”.

 

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